| Sanmartini, Gilberto |
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Atmosfere, ricordi, nebbie di Matteo Mugnani, Vittorio Riguzzi
Le nebbie di Gilberto Sanmartini non sono solo la trasposizione pittorica delle atmosfere rarefatte delle campagne emiliane, non riproducono solo l’intimità opaca della cultura rurale. Le sue nebbie sono un artificio della memoria, uno strumento per sospendere la dimensione temporale e introdurre chi le osserva in uno spazio enigmatico, indefinito, che concede allo spettatore l’ultima parola, che lascia al fruitore la libertà di completare con le proprie proiezioni quella dimensione apparentemente mancante, ma che in realtà incarna l’assenza stessa e l’irreperibilità della memoria. Ritroviamo nelle sue opere la stessa operazione stilistica che Fellini e Tonino Guerra adoperarono nel comporre il film Amarcord, in cui, lontani dai fasti chiassosi della dolce vita mondana, come Sanmartini usavano le insegne della civiltà rurale per simboleggiare quell’infanzia collettiva che la nostra civiltà deve riconoscere alla tradizione contadina. Sanmartini dunque non si può soltanto ascrivere alla lunga serie dei paesaggisti canonici, perché sa aggiunge alla realtà rappresentata quel plusvalore dell’incognita, quello spazio che l’artista mette a disposizione del fruitore perché funga da contenitore del passato, e da catalizzatore dei ricordi. Le brume evanescenti e sottili sembrano sfidare alla ricerca del mistero, come se il mistero – che in inglese non a caso ha lo stesso etimo di myst, nebbia - si nascondesse nell’impossibilità di percepire chiaramente l’ordine del reale dietro alla cortina dell’apparenza. La tentazione, quando ci si fa assorbire dall’incanto fiabesco di queste tele, è quella di perdersi nei boschi velati, nelle campagne sopite, lungo i torrenti fugaci e le morbide maree, come in un ideale romantico di totale vestizione della natura, quasi a ricorrere la fantasia di ritrovare se stessi dietro all’immagine dipinta, in una dimensione che ha la stessa sostanza dei sogni, e la stessa segretezza della perfezione.
Le nebbie e la terra di Vittorio Riguzzi
Davanti alle sue opere, e dopo aver letto la sua prima prova letteraria “Ortensia” sulla storia della sua famiglia, dei suoi luoghi e di sua madre, mi sono chiesto se Gilberto Sanmartini fosse disposto ad accettare il fatto che un critico d’arte possa avere molto più da imparare da lui di quanto non sia vero il contrario. Non si tratta di una affermazione generica, per cui un conoscitore dell’arte deve ciò che sa alla frequentazione dell’arte stessa, le opere e gli artisti che la rendono possibile - cosa peraltro in larga misura corretta. In realtà, come ogni grande apparato dottrinale, per quanto ben supportato dall’esperienza visiva dell’arte come dai concetti e dalle teorie che permettono di organizzarlo, anche il sapere dell’arte è costantemente in attesa di un insegnamento nuovo (e antico) che permetta di alimentare e vivificare quell’esperienza, per continuare a vedere veramente. Vedere, infatti, non è solo un’esperienza dei sensi, ma anche e soprattutto delle sensazioni e delle emozioni che insieme concorrono a fornire di volta in volta una nozione dell’arte, e quindi della realtà, completamente diversa. Talora ciò accade non soltanto per che si è davanti ad un oggetto di eccezionale bellezza, o per il suo puro impatto estetico, sia esso brutale o edulcorato, e neppure per la densità di senso cólto dalla contemporaneità del mondo in cui viviamo. Può accadere invece per una concomitanza di fattori che sono tanto nelle opere concrete quanto nei loro dintorni. Ho citato il libro “Ortensia” di Sanmartini, perché lo ritengo indissociabile dalla sensibilità di questo artista che ha trovato nella pittura il proprio personale modo di raccontare ciò che sente. Le opere d’arte infatti non possono essere abbandonate a se stesse, con la pretesa che il messaggio che ci offrono sia esaustivo nel comunicare il carattere che le presiede. Ciò non avviene quasi mai per quegli autori la cui fama ne consente una celebrazione biografica e intellettuale, indispensabile per comprendere appieno un percorso di ricerca e i suoi esiti finali. Mentre dei molti artisti “minori”, perché non professionisti o dilettanti, si mettono in mostra opere cui è richiesto di parlare quasi esclusivamente da sé, lasciando aperto il campo all’interpretazione del fruitore che però difetta di un contatto più profondo col terreno sottostante, fatto salvo le poche indicazioni che l’autore da di sé. E’ questa una prassi e un destino limitanti, e in qualche modo iniqui, dacché poggiano più sull’immaginazione dell’osservatore che su quella, assai più preziosa e originaria, impiegata per realizzare un quadro o una scultura. Accade così che spesso la critica divenga una specie di opera d’arte (verbale) sull’opera d’arte (visiva). Quando ho accettato l’invito di scrivere per questo catalogo, l’Autore mi ha giustamente fornito molte delle recensioni pregresse che hanno, sempre avvedutamente, lusingato la sua pittura. Ho così riletto anche un mio scritto di cui mi sono, dopo anni, ancora compiaciuto, per la corrispondenza tra le mie parole di allora e ciò che ancora vedo. Ma non le ripeterei, non ricalcherei quella prassi di osservazione e critica, poiché ora che ho conosciuto assai più a fondo un’intera vicenda umana che è retrostante e, nel tempo, sempre a fianco di quel cammino artistico, vedo in modo diverso. Anzi, se all’inizio ho parlato di “insegnamento”- meglio inteso come qualcosa che dice a me più di quanto non sia io a dire su di esso – è perché tutta l’eleganza dei discorsi sopra la pittura di Sanmartini, me compreso e con tutto il rispetto per gli altri, non valgono ciò che egli ha vissuto nella sua vita e attraverso la sua famiglia che sono, le due cose, la voce nitida e autentica che parla attraverso i suo quadri. Dunque non cerco qui costruzioni artificiose della parola perché non penso che servano, e non si sorprenderà neppure il lettore se, assunte le premesse, mi doterò di quella semplicità e umiltà nel considerare le immagini che seguono, necessarie per parlare di un tipo di poesia visiva di cui umiltà e semplicità sono la forza più grande.
Credo di poter dire che dietro alla passione dell’Autore per la nebbia che abbraccia i luoghi a lui più familiari, a cominciare dall’infanzia, ci sia un senso di custodia e di mistero. I due termini sono, sia nell’esperienza reale che nella rappresentazione immaginativa, l’uno estensione dell’altro. Il mistero ammanta, custodisce e preserva le cose che ci sono care in una dimensione non solo affettiva ma quasi sacrale. Laddove è mantenuto vivo il senso del sacro, non importa se mediante forme di rispetto laico e religioso – quello stesso rispetto ha già in sé un atteggiamento spirituale - si cela sempre la nostra immagine della vita. Ciò che noi vorremmo fosse la parte migliore della vita protetta dalle intemperie del tempo, dalle vissicitudini e da ogni forma di contaminazione oggettiva e soggettiva. E’ la vita dei ricordi che trovano riposo nella memoria senza perire, è la vita dei significati e del valore che noi attribuiamo alle cose e alle relazioni che le abitano senza che la quiete cui aspirano ne abbia turbamento. E’ la vita che rimane, senza apparente scorrimento, o dal moto così lento che non appartiene a questo mondo ma ad uno più perfetto, come quello che siamo in grado di intelligere quando pensiamo nel cuore l’emozione della pace. Nella luce ovattata della nebbia, i torrenti, le vedute di campagna, i casolari, gli alberi autunnali e ogni altro elemento naturale che nei quadri si mostra prediletto sono, ai miei occhi, un principio rivelatore dell’amore per la vita e della gratitudine per l’esistenza. Sfumature di un medesimo sentimento che forse si rende possibile, senza i disincanti propri dell’esperienza, quando la vita è sottratta alla sofferenza e alle preoccupazioni, e restituita a semplicità e verità. Così Sanmartini compie un’operazione per se stesso che dà in dono, per tramite dell’arte, agli altri. Lo fa da sempre, dall’età di quindici anni, con progressiva consapevolezza esattamente quale è ogni cammino di coscienza: la ricerca di un senso della vita. Una rivelazione continua. Una rivelazione che è tanto più interiore quando più si appella alle medesime forme per riflettere su ciò che ha importanza per noi. È una ricerca verticale, non orizzontale come di quei pittori prolifici nelle tante direzioni date alla propria arte. Eppure questa verticalità, nella sua modalità espressiva (cioè la scelta dei soggetti, dei temi e della tecnica) è splendidamente coerente con quell'impressione di custodia di cui la nebbia sembra farsi garante per vocazione.
Penso ci sia un messaggio morale, non voluto o non preteso, tra i colori, le immagini delle pitture e le righe del libro, così in armonia tra loro come fossero intessuti di una medesima trama. Da entrambi si evince la nozione di un mondo che non c’è più e di cui sembra perduta la saggezza. Lo stesso Autore lo ricorda nella premessa con sobrietà, senza proclami: le nuove generazioni sembrano più ansiose di assicurarsi un benessere e un agiatezza di quanto non sia il rischio di perdere la semplicità come fonte di gioia. E di pace. La pittura però, e la parola nella forma del racconto, quando guidate dal cuore e dalle sue magnifiche trasparenze, diradano le nebbie dell’affanno e della complessità, e mostrano, così in tutta l’opera di Sanmartini, come ciò che è custodito e preservato dietro alla cortina del mistero è ancora là, ed è possibile per ognuno di noi andare a prenderlo.
Vittorio Riguzzi |